Si tratta di un Premio di narrativa annuale riservato a scrittori e scrittrici di nascita o di residenza piemontese, oppure che abbiano ambientato in Piemonte - in tutto o in parte considerevole - fatti e personaggi dell’opera. Intende quindi essere un atto di stima e di incoraggiamento da parte di Enti e Associazioni torinesi nei confronti della piemontesità.
Il Premio si riferisce a libri di narrativa che sono stati pubblicati da luglio 2011 a giugno 2012; è organizzato dall’Associazione Culturale Torino e realizzato grazie al prezioso contributo dei Nipoti Peradotto. Il Premio prevede la selezione di 6 opere scelte tra tutte quelle pervenute (che gli Editori avranno inviato in 6 copie alla Segreteria del Premio) da un prestigioso Comitato di Lettura.
Di seguito pubblichiamo l'elenco dei primi tre libri finalisti.
Ce li hanno dipinti così, i professori precari di oggi: arrendevoli, menefreghisti e incompetenti. Invece sono bravi e arrabbiati. Finalmente un romanzo ce li racconta senza indulgenza o pregiudizi, per mostrarci come, in reazione alle ingiustizie di una scuola pubblica che sta cadendo a pezzi, scoppieranno - è solo questione di tempo - l'indignazione, la protesta. Perché Emma, ventotto anni, ha lasciato Napoli per lavorare in una classe a Torino. Non avrebbe voluto: le mancano una città e un amore di nome Gianni. Anziché insegnare latino si trova a seguire il caso di Andrea, un ragazzo autistico che reagisce con violenza alla cattiveria di alcuni professori. E intorno a lei vede solo la rassegnazione di chi accetta contratti impossibili o di chi, arreso, scappa all'estero. Con stupore Emma si renderà conto che è proprio il suo ragazzino pieno di problemi a insegnarle che non bisogna più accettare i ricatti di questo Paese. Contro le crisi di Andrea, infatti, la famiglia le ha suggerito di ricorrere all'iguana, suo immaginario totem personale: se l'iguana non vuole, quella cosa non si fa. Evocare l'animale serve a renderlo innocuo fino a quando, però, il ragazzo non si trattiene più e sfoga la sua rabbia. Così, a fine anno, quando su tutti si abbatterà una serie di ingiustizie pubbliche e personali, Emma maturerà l'idea che un dio in forma d'iguana sarebbe d'accordo nel punire subito i colpevoli di un'Italia che non funziona più. Lei è pronta a seguirlo.
GIUSI MARCHETTA, nata nel 1982, da Napoli si è trasferita a Torino, dove è insegnante di sostegno al liceo. Ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (Terre di mezzo), con la quale nel 2007 ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (Terre di Mezzo, 2009). Questo è il suo primo romanzo.
L’epopea di una banda di irriducibili braccati dai francesi
Pare un duello interminabile quello che si consuma alla fine di un rigido inverno nell'aspra Valle piemontese del Pellice tra il generale francese Roland Berthier e il suo unico vero nemico, il fuorilegge Giacomo Spada, detto il Nibbio, comandante di una banda che resiste all'invasione dell'aquila napoleonica.
Berthier ha combattuto grandi battaglie, come quella di Marengo, e si sente soffocare dalla noia in quella sperduta guarnigione fuori dal mondo: la sua unica via di fuga dalla realtà è l'idea di schiacciare quel drappello di irriducibili pezzenti. A ogni costo. Per questo decide di liberare il soldato Matteo Vinassa, condannato a morte per aver pugnalato un ufficiale francese. In cambio Matteo dovrà infiltrarsi tra i ribelli e portargli la testa del Nibbio: solo così tornerà a essere un uomo libero. Ma Berthier trascura la forza che nasce dalla disperazione e il potere che può sprigionarsi là dove la lealtà ha ancora un valore. Matteo, raggiunta la formazione del Nibbio, scoprirà infatti il carisma di una figura del tutto diversa dal feroce brigante che gli è stato descritto. Con "La valle degli uomini liberi" Alessandro Mondo ci racconta un'avventura che rievoca un'epoca dimenticata dalla storia ufficiale, l'epopea di un manipolo di uomini pronti a contrastare con ogni mezzo un nemico che si crede invincibile.
ALESSANDRO MONDO vive a Torino e lavora a “La Stampa”.
E’ autore di due libri sui briganti e i banditi in Piemonte. I briganti del Piemonte (2007) e O la borsa o la vita. Storie di banditi, avventurieri e idealisti in Piemonte tra rivoluzione e restaurazione (2010).
"La montagna, più che un luogo geografico, è un'esperienza: quella di un mondo potente nella sua resistenza a certe pazze vertigini della modernità, ma assolutamente marginale". E proprio come la montagna sono marginali e potenti le figure che l'hanno abitata, e che abitano questo libro. Sono le donne lupo, capaci di "affrontare a viso aperto il grave del mondo". Sono balenghe, diverse, eccentriche, "tutte falciate dalla stessa sentenza di emarginazione, servite alla comunità per mettere in scena sempre lo stesso canovaccio". Eppure, forse proprio per questo, cariche di un'oscura forza leggendaria.
Una ricercatrice s'inoltra per le valli piemontesi facendo interviste con il suo registratore. Le hanno parlato di una donna, la Fenìsia, che vive isolata nel Paese Piccolo, vicino al vecchio cimitero è lei la memoria di quei posti.
È nata nel novembre del 1928, non ha mai vissuto altrove e "il lavoro della sua famiglia è sempre stato quello del sotterramorti". Comincia così il rapporto tra la scrittrice e l'anziana donna e, scabro e incalzante, si dipana il racconto di una vita da cui emergono figure femminili impossibili da dimenticare: la madre Ghitìn, la nonna Malvina, la bionda cugina Grisa, "un bisqui di settebellezze", rinchiusa in manicomio per aver osato ribellarsi a un padre violento.
"Agli uomini il sudore e alle donne il dolore", la vita in valle è sempre stata durissima, specie per chi ha la sfortuna di nascere femmina.
Via via il ricordo produce un vortice di storie e un crudo sentimento di rabbia; vicende atroci vissute da ragazze e donne di ogni età, come quelle delle “balenghe” , sotterrate nel prato che Fenìsia vede dalla sua cucina… una folla di fantasmi di cui può immaginare persino l’aspetto, e a cui sente di appartenere.
Perché anche lei custodisce un segreto e ha una convinzione: esiste “un puntino che è il posto della più grande lucidità e della più grande intimità con sé: lì dentro, ciascuno sa per scienza infusa, nella lingua dei segreti e dei sussuri, che la vendetta è la cosa più saggia”.
LAURA PARIANI è nata a Busto Arsizio nel 1951. Ha trascorso l’infanzia a Magnago, nel milanese, in un ambiente ancora in gran parte contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina alla ricerca di un nonno partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. La breve esperienza di emigrazione argentina la segna profondamente.
Consegue una laurea in filosofia all’Università degli Studi di Milano.
Comincia a pubblicare narrativa nel 1993 con Di corno o d’oro (Sellerio Premio Grinzane Cavour, Premio letterario Piero Chiara, Premio Città di Roma opera prima). Prosegue con Il pettine (Sellerio 1995; Premio Chianti) e La spada e la luna (Sellerio 1995; Premio Elsa Morante, Premio Dessì). Nel 1997 cambia editore e pubblica La perfezione degli elastici (e del cinema) (Rizzoli 1997; Premio Sibilla Aleramo, Premio Selezione Campiello, Premio Catanzaro).
Nel 1999 pubblica da Rizzoli La signora dei porci (Premio Grinzane Cavour). Si dimette dalla scuola.
Gli anni successivi sono dedicati alla scrittura: La foto di Orta (Rizzoli 2001; Premio Vittorini, Premio Bari); Quando Dio ballava il tango (Rizzoli 2002; Premio Alassio; Premio Gandovere; Premio Alghero Donna); L’uovo di Gertrudina (Rizzoli 2003; Premio Selezione Campiello, Premio letterario Piero Chiara); La straduzione (Rizzoli 2004; Premio Comisso); Il paese dei sogni perduti (Effigie 2004).
Nel 2005 passa alcuni mesi alla residenza per scrittori di Saorge (Alpi Marittime francesi) dove scrive Tango per una rosa (Casagrande 2005). Nello stesso anno esce Patagonia blues (Effigie 2005). In seguito pubblica I pesci nel letto (Alet 2006); Dio non ama i bambini (Einaudi 2007; Premio Rhegium Julii; Premio Anna Maria Ortese) e Milano è una selva oscura (Einaudi 2010, finalista al Premio Campiello, Premio Basilicata sezione narrativa).
E’ tradotta in molte lingue.
Ha collaborato nel corso del tempo a vari giornali e riviste: La Stampa, Avvenire, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e Diario, su cui ha tenuto per anni una rubrica intitolata “Che storie sono queste?”.